mercoledì 19 dicembre 2007

Et Verbum caro factum est

Sermo 107

Sermone di frate Bonaventura pronunciato a Parigi nella casa dei frati davanti all'Università, la mattina del giorno di Natale.

1. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

In questo breve passo, attraverso le parole del santo e santificato e illuminato e ispirato Giovanni evangelista, ci viene descritto quel mistero celeste, quel sacramento arcano e meraviglioso, quell'infinito beneficio con il quale Dio eterno abbassandosi alla nostra bassezza dall'alto della sua profonda carità, ha assunto il fango della nostra mortalità unendolo alla sua persona. E in realtà, in questo passo si toccano quattro punti e cioè la persona che assume in sè, la natura che viene assunta, il fatto dell'assunzione o dell'unione, e il benedetto vivere tra gli uomini di tale unione divina e umana. Il primo punto è toccato con la parola "Verbo", il secondo con la parola "carne", il terzo con l'azione del "farsi", il quarto con l'azione "dell'abitare in mezzo a noi".

2. Dunque, il Figlio di Dio si fece uomo: -nell'unione eterna con noi, cioè per dare nobiltà alla nostra natura, e ciò è detto in figura in un passo della Genesi, quando Adamo disse risvegliandosi dal sonno: Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa; - in esempio eterno a noi, cioè per ammaestrare la nostra natura e renderla restia ai comportamenti immondi, come è scritto nel secondo libro dei Re: Voi siete, fratelli miei, mie ossa e mia carne; - in alimento eterno a noi, per ristorare la nostra natura, come è scritto in Giovanni: La mia carne è vero cibo; - come eterno pagamento per noi, per redimere la nostra natura, per cui è scritto nella prima lettera di Pietro: Dunque Cristo soffrì nella carne; - come nostro eterno specchio da contemplare, per dare beatitudine alla nostra natura, per cui è scritto nel libro di Giobbe: Nella mia carne vedrò il mio Dio.

(Dai "Sermones de Tempore" di San Bonaventura)


Sermo 114

Esposizione per sommi capi del Vangelo che viene letto nella principale messa di Natale, tenuta da frate Bonaventura davanti ai confratelli, ai maestri e agli studenti del nostro Ordine a Parigi.

1. In principio era il Verbo.

In questo passo straordinariamente recerente del Vangelo viene descritta la persona del Verbo incarnato in due maniere, cioè quanto alla sua altissima natura divina, nella quale egli, Figlio di Dio, viene mostrato: - come generato dal Padre per l'eternità quando dice: In principio era il Verbo; - come distinto individualmente all'interno della Trinità, quando dice: e il Verbo era presso Dio; - come equivalente per grandezza, quando dice: e il Verbo era Dio; - come equivalente in eternità, quando dice: Egli era in principio presso Dio; - come principio di tutta la creazione, quando dice: Tutto è stato fatto per mezzo di lui; - come vita e ragione di ciò che è stato fatto e di ciò che si farà, quando dice: E la vita era la luce degli uomini; - come sapienza degli angeli, quando dice: e la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.

2. Viene poi mostrato anche quanto alla sua natura di uomo, nella quale è presentato: - come chiamato solennemente a testimoniare, giacchè venne un uomo mandato da Dio ecc., egli venne come testimone; - come colui per il quale è illuminata la totalità del mondo, giacchè era la luce vera ecc.; - come rifiutato in modo riprovevole dai Giudei, giacchè venne tra la sua gente; - come ignorato pericolosamente e miseramente dalle cose e dagli amanti del mondo, giacchè era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lui e il mondo ecc.; - come colui attraverso il quale siamo adottati spiritualmente dal Padre, giacchè a quanti l'hanno accolto [ha dato potere di diventare figli di Dio]; - come unito a noi nella carne per la sua misericordia, giacchè il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; - come Dio vero e uomo vero nell'evidenza della sua opera, giacchè noi vedemmo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

(Dai "Sermones de Tempore" di San Bonaventura)

venerdì 14 dicembre 2007

Album fotografico






Cari lettori condivido con voi alcune fotografie scattate il 9 dicembre 2007 (II Domenica di Avvento) durante la S. Messa "Tridentina" celebrata nella Chiesa di S. Giuseppe Calasanzio in Chiavari. Ringrazio particolarmente i cari fratelli Paolo e Giovanni per questo loro splendido e inatteso regalo!

martedì 11 dicembre 2007

Ragione, fede e speranza

La splendida Lettera Enciclica "Spe Salvi" di Papa Benedetto XVI ha ravvivato il dibattito su alcuni interrogativi imprescindibili per l'uomo. Quale rapporto tra fede e ragione? La scienza è capace di "salvare" l'uomo? Quale speranza per l'uomo d'oggi? A tal proposito mi piace proporre alla meditazione di ciascun lettore di buona volontà l'esperienza, o meglio la "confessione", del filosofo Michele Federico Sciacca (1908-1975). "Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino". (Benedetto XVI, Enclica Spe Salvi)


Ragione «critica» e Rivelazione

Mi sono già «confessato» pubblicamente una volta, in Il mio itinerario a Cristo (Torino , Società Editrice Internazionale 1944) per gentile invito di D. Cojazzi; dovrei ora «riconfessarmi» per le premurose insistenze di D. Giovanni Rossi. Gli scritti autobiografici non ammettono «ripetizione», sia perché in questo caso non «giova», sia perché autobiografici. O meglio (e non c’è contraddizione) esigono «ripetizione», ma in un senso profondissimo e cioè sostanzialmente, si ripetono le cose che vale la pena ripetere; non si ripetono (si prova una sola volta e poi non ci si pensa più) quelle accidentali o deludenti. La ripetizione, come intenso momento di vita spirituale, non è consuetudine o abitudine stanca, ma presenza costante di ciò che è essenziale e appagante. E che c’è di più essenziale, totale e saziante nella vita di un uomo della sua conversione religiosa? Dunque, «ripetizione» assoluta, direi giorno per giorno, ora per ora, attimo per attimo. E proprio di questo mi si invita cortesemente a discorrere in poche pagine.
Evidentemente la mia testimonianza è di un filosofo: è stata, la mia, conversione di un filosofo (che è uomo, malgrado l’opinione in contrario di molta gente benevola). Ed è la conversione continua del mio pensiero. Dunque mi limiterò in queste righe a illustrare quali furono gli ostacoli principali che dovetti sormontare per cedere al dono della fede cristiano-cattolica e che sono gli ostacoli che quasi ogni filosofo incontra nel suo cammino intellettuale, specie quelli (come me) che hanno avuto una formazione laica e che provengono dallo studio del pensiero moderno. Praticamente significa tutti, e, dunque, da questo punto di vista, il mio breve discorso potrà essere di aiuto a qualche «vagante» di buona volontà desideroso di diventare «viator»: da insipiens, sapiens, che significa semplicemente «sapere quello che si dice», e questo lo sa solo chi crede in Dio, perché l’ateo, secondo l’antica Sapienza biblica, è «colui che non sa quello che dice».
Non c’è fede senza ragione: alla fede è essenziale il fondamento razionale. Ma è anche vero che la ragione può essere un pericolo mortale per la fede, soprattutto per il filosofo. In ogni momento, egli è sempre sul punto di commettere il «peccato della ragione», cioè di rifiutare quanto trascende i limiti della conoscenza naturale o razionale. È il peccato di superbia, il peccatum originans, quello che è la fonte di ogni altro. È negare Dio, il Soprannaturale, la Rivelazione: il Cristianesimo come tale. Questa tentazione sta in agguato sotto i paludamenti accademici di ogni filosofo (e si può dire che sonnecchi nella testa di ogni uomo). Essa viene smascherata da uno specioso preconcetto: ammettere Dio e una verità soprannaturale è negare l’autonomia della ragione umana e la libertà della volontà. Anch’io prima della conversione la pensavo così come quanti si dicono spregiudicati, «spiriti forti», «liberi pensatori».
Forti in che cosa? Liberi da che? Queste domande m’invitarono a farmele, oltre il Vangelo, anche Agostino , Pascal e Rosmini. Una volta poste, non potevo esimermi dal dare una risposta. «Forti» non sono quegli spiriti, perché non è forte, per usare una espressione efficace di Pascal, chi «fa il bravo con Dio»: non c’è uomo più debole di chi ripone tutta la sua forza nelle sue sole forze. Si ritira in e su se stesso, non per coraggio, ma per paura: l’ateo non crede in Dio, non perché sia convinto che Dio non esiste, ma perché teme di convincersi del contrario. «Liberi» non sono quei pensatori perché non è libero chi si fa schiavo di una libertà che è arbitrio e orgoglio, cioè di ciò che è la negazione della libertà stessa e di ogni libertà. E allora capii una cosa, questa: è atto razionale quello con cui la ragione riconosce (e come «riconoscimento» è atto morale) che vi è un sapere che la oltrepassa, di ordine diverso ma non contraddicente la ragione stessa. Sembra nulla, ma prima di rendersi conto di ciò bisogna domare il peccato della ragione e liberarsi dal preconcetto che ammettere Dio è pressoché negare l’uomo. È perfettamente il contrario: negare Dio è negare l’uomo, proprio quell’autonomia e quella libertà che stanno a cuore al razionalismo assoluto. Nella solitudine di se stessa la ragione finisce per perdere anche quella verità di cui è naturalmente capace. Dire che essa si autofonda, cioè che è principio di se stessa, è come dire che il contingente è necessario. Infatti, l’autonomia della ragione atea è l’assolutizzazione che la ragione fa si se stessa. Ma una ragione che si assolutizza…non ragiona, «sragiona», esce fuori dal suo ordine, si fa disforme, «anormale». Dunque non è «irrazionale» l’affermazione che vi è una verità «superrazionale», ma è irrazionale negare questa verità ed razionale ammetterla. Solo chi è ammalato di superbia psicologica può sostenere il contrario, cioè: la ragione è assoluta; io sono un essere razionale; dunque il mio pensiero è assoluto. Sotto sotto, chi divinizza la ragione, divinizza se stesso e se ne compiace. E questo chiama difesa dell’autonomia della ragione e della libertà umana! Invece, la ragione è autonoma quando ubbidisce al suo ordine naturale, il quale le dice che proprio le verità che le son proprie, cioè quelle del suo ordine esigono (dimostrano) che Dio esiste e non escludono (perché non la contraddicono) la Rivelazione, anzi la trovano perfettamente conveniente alla ragione stessa e richiesta (pur restando dono gratuito) dalla profondità dialettica della vita spirituale. La fede – e solo la fede – è liberatrice della libertà, perché richiede che la volontà voglia secondo la legge con la quale Dio illumina le menti delle creature. Quella che è considerata (oggi molto meno di venti anni fa) la conquista definitiva del pensiero moderno, «Dio è morto», secondo un’idiota espressione di Nietzsche, mi si presentò (e mi si presenta ancora oggi) come la sua disfatta, perché significa la morte dell’uomo. E infatti chi la scrisse cancellò l’uomo e immaginò la dottrina del Superuomo.
Superato questo preconcetto fondamentale, ne restavano altri (e restano per i vagantes non più o non ancora clerici). Questo, per esempio, che è legato a quello di sopra: la filosofia cattolica non può non essere dommatica; dunque la filosofia cattolica, come tale, non è filosofia. Questo sillogismo invade e devasta la testa e il cuore di tanti che fan professione di filosofi e invase un tempo anche la mia. L’ho sentito formulare recentemente da un Collega professore di filosofia in una Università del Nord e con pieno convincimento. Ma che cosa c’è di più dommatico di quel sillogismo? La critica assolutizzata diventa il peggiore dommatismo, in quanto crea il dommatismo della critica, che distrugge la critica come tale. Quel ragionamento, in verità, è da Don Ferrante è sinceramente temo molto che l’egregio uomo abbia a morire imprecando alle stelle come un eroe di Metastasio. Una critica che muore in finale da melodramma rovina proprio la reputazione di un filosofo «critico». Ma rassegnamoci ad affidarlo alle mani di Dio, giacché la Provvidenza, per metterci a più dura prova, ci ha privati della Santa Romana Inquisizione, e proseguiamo il nostro breve discorso.
Che significa filosofia «critica» e che «pensiero dommatico»? critica significa (per Kant) «giudizio» e giudicare vuol dire definire e anche segnare i limiti. Porre dunque criticamente il problema «filosofia» e i problemi della filosofia significa definire l’oggetto proprio e indicare i limiti della validità conoscitiva della ricerca razionale, cioè non accettare a priori o dommaticamente un sapere che non sia stato controllato dalla ragione, né la ragione stessa come potere onnipotente e infallibile. Ma se è così quale filosofo cattolico non è stato «critico»? E se non è arrivato alle stesse conclusioni di Kant è perché è stato davvero critico e non dommatico come Kant e altri filosofi cosiddetti critici. Infatti, se critica vuol significare che la ragione esclude a priori una verità rivelata (e dunque dommatica), perché la verità è solo umana e razionale, allora non si è più critici, ma si va contro l’essenza della critica, la quale ammonisce che nulla debba essere ammesso o escluso a priori o dommaticamente. Quello è un «pregiudizio» e non un «giudizio», ma la critica è «giudizio», dunque quel «pregiudizio» è la negazione della critica stessa. Sì, il pensiero cattolico parla di verità dommatica, ma: 1) non se ne serve per fondare su di essa la dimostrazione di verità razionali o filosofiche; 2) la riconosce perché non contraddice alla ragione. Dunque l’ammette perché (oltre a crederla per fede) la ragione «giudica» ( e perciò «critica») che le è conveniente e non le ripugna. Il cosiddetto filosofo critico, invece, non giudica, «pregiudica» (e perciò è «acritico») col negarla in partenza; cioè muove da un presupposto dommatico che nessuna critica della ragione ha autorizzato. Il pensiero moderno anticristiano (empirismo e razionalismo, criticismo, idealismo trascendentale, loro derivati) non è tale per legittimo uso della critica ma per suo uso spurio, non per critica ma per difetto di critica, perché ha perduto il senso della profondità dell’uomo, dell’interiorità autentica (che è, agostinianamente, presenza di verità oggettiva); perché di fronte alle profondità metafisiche dell’ente umano è superficiale, anche se, per altri motivi, alcuni suoi rappresentanti siano grandi filosofi.
Questo è un punto psicologicamente importante, un nodo artificioso da sciogliere. Non c’è opposizione tra pensiero critico e Verità rivelata o dommatica, né il credere nella Rivelazione impedisce l’uso del pensiero più critico, in quanto la critica, la più intransigente e sviluppata, non può non arrivare all’esistenza di Dio e all’apertura della ragione naturale alla Rivelazione. Forse che Agostino e i Padri, S. Tommaso e i Dottori non sono filosofi? E neppure filosofi Campanella e Pascal agli inizi del pensiero moderno; Vico e Rosmini dentro la problematica più matura di esso e il Blondel nel cuore stesso del pensiero contemporaneo? Tanto son filosofi, pur essendo cattolici (vorrei dire, proprio perché cattolici), che la critica laicale ha fatto ogni sforzo per dimostrare che in fondo non sono cattolici e che, per quanto vi è in loro di cattolicesimo, non sono filosofi! Ma sradicarli dal cattolicesimo è cavare loro la mente e il cuore, negare «l’anima di verità» della loro filosofia.
Quanto stiamo dicendo fa cadere un altro pregiudizio: essere cattolici, se filosofi, significa rinnegare il pensiero moderno. Proprio l’opposto: vuol dire penetrarne profondamente le esigenze, assumerlo «criticamente» e risolvere i problemi che esso pone (e che è incapace di spingere fino in fondo) dentro le verità fondamentali della metafisica nella duplice (ma non contrastante) corrente platonico-agostiniana e aristotelico-tomista.
Per questo motivo io assegno a Rosmini una immensa importanza nello sviluppo del pensiero filosofico umano: egli prese di petto il pensiero moderno e soprattutto la «critica» kantiana e dalle sue esigenze fece scaturire l’oggettività e il realismo della verità. Per questo io debbo al Rosmini la liberazione da Kant e dall’idealismo trascendentale, pru continuando a pensare da moderno, anzi da modernissimo. Il problema è qui: la verità è «sviluppo» o è «scoperta»? È «posta» o «creata» dall’uomo o è «presente» interiormente all’uomo? Son noti i paralogismi dell’idealismo immanentista: «il pensiero umano è esigenza di assoluto, dunque è assoluto»; «il pensiero è percettivo della verità, dunque è costitutivo di essa». No: 1) proprio perché il pensiero è esigenza di assoluto non è assoluto, ma contiene tanta forza naturale da dimostrare l’esistenza dell’Assoluto stesso, che lo trascende e lo fonda, 2) proprio perché il pensiero è «percettivo» della verità non è «costitutivo» di essa: è la verità che lo fa pensiero e non viceversa. Dunque la verità è data al pensiero, affinché sia pensiero. Ed è questa la critica, quella che scopre la dignità dell’uomo nel fatto che egli è partecipe di verità e che ne è partecipe per dono naturale di Dio e perché Dio ha voluto elevare su ogni altra creatura la creatura spirituale. E così per altra via siamo tornati a confermare il punto di partenza di queste nostre pagine: la Rivelazione non nega l’autonomia della ragione e la libertà della volontà. Ma per arrivare a questa conclusione è necessario vincere la superbia, non commettere il peccato della ragione o della filosofia, della scientia che «gonfia». Questa è la vittoria della ragione, dell’uomo spirituale su quello passionale.
Qualcuno potrebbe osservare che io qui della mia conversione, come della conversione in generale e del Cristianesimo, stia facendo una questione tutta intellettuale. Ripeto che la mia testimonianza è di un filosofo per filosofi di buona volontà. E aggiungo: i preconcetti qui accennati sono incagli psicologici molto diffusi anche tra i non filosofi e agiscono inconsapevolmente nella gran maggioranza dei non credenti. Basti pensare, per esempio, che per i marxisti (e il marxismo è una dottrina di massa) la religione è alienazione a Dio di ciò che spetta all’uomo. Se ben si considera, a questa affermazione sottostanno gli stessi preconcetti sopra discussi, anche se il marxismo abbia suoi scopi particolari. Dico ancora che solo apparentemente io ho fatto della conversione e del Cristianesimo una questione umana, perché la filosofia è vita dello spirito e lo spirito è l’essenza dell’uomo. E poi, sotto questa veste intellettuale, c’è il problema centrale del significato radicale e ultimo della umanità dell’uomo. Qui si vuol dire che tale significato si coglie nel dinamismo interno dello spirito umano, il quale contiene elementi che lo portano a Dio. Solo se approda a questo porto, l’uomo si chiarifica a se stesso, ed hanno un senso il dolore del quali gravita tutta la nostra vita.
Potrei ancora continuare, e per parecchio; ma prudentemente Don Giovanni mi ha posto un limite invalicabile. E ha fatto bene, sia perché i discorsi brevi sono più efficaci, sia perché il mio, per quanto lungo potesse essere, resterebbe sempre incompiuto. Come si può mai esaurire un discorso sulla conversione? Se ciò pensassi, ahimè!, il peccato della ragione mi avrebbe giocato un brutto tiro. Una conversione esaurita non è una conversione, perché si blocca e si distrugge in un atto di superbia. Ciascuno di noi non si è mai «convertito», ma solo, da un certo momento della sua vita, ha cominciato a convertirsi e fino all’ultimo respiro è chiamato a continuare quest’opera. Ed ecco che si smonta un altro pregiudizio. Comunemente si crede che chi si è convertito non abbia più nulla da fare e che possa starsene tranquillamente in pantofole. Invece, proprio dal momento della conversione, comincia il duro lavoro della conversione stesa, perché mai – tranne i Santi e non sempre – un uomo è definitivamente e interamente convertito a Dio, né lo può con le sue forze. Piuttosto dunque che chiamarci dei «convertiti», diciamo che siamo tutti dei «convertiti». Il giorno in cui un cristiano si considera definitivamente convertito e pago della sua conversione, quel giorno, è perduto. Ha camminato a ritroso, non verso Di ma verso se stesso, quel se stesso orgoglioso prepotente indomabile che si annida anche negli atti che sembrano i più caritativi.
C’è da dire a tutti, convertenti e convertibili (tutti gli uomini, in quanto uomini, lo sono): a camminare sui sassi del Calvario e a premere le ginocchia sulla terra ai piedi della Croce, tutta la vita non basta, se Dio non soccorre.

Estratto da: Don Giovanni Rossi, Uomini incontro a Cristo, Edizioni Pro Civitate Christiana, 1954 11 (pagg. 37-45)

sabato 8 dicembre 2007

La consacrazione alla Santissima Vergine

La Santissima Vergine ci conduce a Dio

La consacrazione alla Santissima Vergine ha una grandissima importanza nella vita degli esseri. Non è una piccola devozione, non è soltanto una manifestazione di venerazione, è un atto fondamentale, come è un atto fondamentale la nascita di un uomo, come è un atto fondamentale l'Eucarestia. E' un atto fondamentale donare la propria volontà alla volontà della Santissima Vergine, perché Ella che è la Madre di Dio come Essere; sia la Madre di Dio in noi. Si tratta di un atto maggiore, molto solitario. Colei che ha permesso la venuta di Dio sulla terra ontologicamente, come Essere, è Lei che permetterà al nostro essere di unirsi all'Essere di Cristo. Il nostro scopo, come la nostra missione sulla terra è esattamente questo: unirsi a Cristo ontologicamente; e il primo essere, la prima realtà vivente che con certezza permette tale cammino verso l'unione fondamentale, è Colei che Lo ha messo al mondo come essere umano. Il grande segreto di coloro che hanno conosciuto un poco il Cristo, il grande segreto e al tempo stesso il grande problema, è la fedeltà: poter restare stabili, fedeli in mezzo a qualunque tempesta. Ora, la Santissima Vergine è il solo rifugio umano, puramente umano, che ci permette di avere il cammino garantito e la fedeltà garantita. Non esiste un protettore migliore nel mistero del mondo e dell'Incarnazione, non esiste un migliore protettore perché la nostra vita quotidiana - poco importa quale sia la forma di vita - sia fedele .

L'importanza della parola

La parola, il verbo dell'uomo, a prescindere da tutte le profanazioni e da tutti gli errori, contiene una grande forza creatrice e una grande sacralità.Con la stessa lingua, con la stessa possibilità di parlare, con la medesima bocca, l'uomo può bestemmiare o cantare inni e compiere grandi sacramenti. Ma la parola esteriore conta poco; la vera parola è il verbo intimo dell'uomo che si esprime mediante la parola esteriore, e questo verbo intimo è ad immagine del Verbo eterno, perché da esso è creato. Ora,quando l'uomo nella sua intimità più profonda, nella sua volontà più limpida e libera pronuncia, senza suono esteriore, un sì o un no, una benedizione, una donazione, una parola di amicizia, questa parola è creatrice, creatrice quasi all'immagine del Verbo eterno. Per questo nei Sacramenti della Santa Chiesa, le parole semplici, si e no, hanno un enorme valore che vincola l'uomo per l'eternità. Gli atti di consacrazione, quindi, non dipendono soltanto dalle parole pronunciate esteriormente, i1 loro valore è un atto della volontà intima che offre il suo destino, la sua persona intera, alla volontà di Dio. Ci possiamo chiedere: se un'anima non si offre alla volontà di Dio, è libera da essa? Può fuggire dalla volontà di Dio? Certamente no. Ma questa volontaria offerta costituisce un atto che entra nell'itinerario della Provvidenza, e fa in modo che la persona partecipi e contribuisca al proprio cammino spirituale. Perciò dobbiamo essere molto attenti ad ogni parola che pronunciamo e ad ogni pensiero. Se fosse possibile, non bisognerebbe avere mai un gesto di impazienza o di intolleranza per una cosa stancante o spiacevole; non condannare, non colpire nel segreto del nostro pensiero, perché il pensiero dell'uomo, cioè la parola intima non sempre pronunciata, può essere un coltello o una benedizione. Rivolgere questa parola intima al Signore o alla Madre del Signore - che è la stessa cosa perché tutto va al Signore - è una delle più belle azioni che l'uomo possa compiere per la propria salvezza, per la propria protezione in tutte le circostanze e in ogni forma di vita: nel mondo, in mezzo alle attività della città, in una famiglia con numerosi figli, o nel deserto, nell'eremo di una montagna o di un angolo della foresta. Questo atto interiore costituisce nelle scelte, nelle azioni, nei sentimenti, nei nostri si e nei nostri no, la garanzia di essere guidati dall'altissima Consigliera dell'universo, la Santissima Vergine Maria.

Che cosa significa: "Io mi consacro"

Quando ci consacriamo alla Santissima Vergine dobbiamo pensare alle parole del Cristo sulla croce: "Donna, ecco tuo figlio...Ecco tua Madre". Queste parole ci ricordano che Gesù ci ha affidato veramente alla Santissima Vergine, è stato il suo ultimo desiderio, il suo testamento.Quando l'evangelista cita queste parole di Cristo e narra questi dettagli non scrive un romanzo; ogni parola scritta ha un significato molto grande.Quando il Cristo ha detto: "Ecco tua Madre", lo ha detto per l'eternità, all'umanità intera. Lasciava, non sulla terra ma nell'eternità, come Madre della Redenzione di ogni uomo, Colei che è stata la Collaboratrice per la sua propria Incarnazione. Ogni persona che in questo mondo pieno di negazioni, di rivolta, di orgoglio e di egoismo e di ogni altro tipo di peccato, ogni persona che si ricorda che deve tornare a Dio e che desidera compiere una atto per ritrovare la via attraverso la quale possa ritrovare la sua Origine, si volge verso questa Donna che Cristo ha lasciato come Madre della Chiesa, e si offre per seguire con lei Gesù Cristo fino ai piedi della Croce.Consacrarsi alla Santissima Vergine significa soltanto che Le chiediamo di accettare anche noi come suoi figli. Lo siamo senza domandarlo, è vero, ma se lo chiediamo espressamente vuol dire che vogliamo essere suoi figli per amore, non per forza o ignorandolo. Essere suoi figli significa affidarsi a Lei affinché guidi i nostri passi in ogni circostanza della nostra vita, qualunque sia il cammino per il nostro compimento, a nord o a sud, a destra o a sinistra. Illuminati da Dio, sappiamo che l'uomo da solo non potrà mai compiere qualcosa di perfetto, non potrà mai essere sicuro di saper scegliere con le sue sole forze il bene. Allora, per non affidarci al nostro proprio spirito e alla nostra propria sensibilità che possono trarci in inganno poiché noi tutti deriviamo dalla medesima stirpe del peccato, ci volgiamo verso la Madre di Dio e a Lei ci doniamo interamente. Siamo affidati così alla Chiesa più intima che è il Cuore di Cristo e quello della Santissima Vergine. Colui che si consacra compie, mediante il mistero della sua parola (anche se questa non viene pronunciata esternamente) un atto di redenzione maggiore, ritorna a quello stato nel quale era l'uomo prima della caduta. Mediante le parole della consacrazione, egli compie un mistero, poiché il verbo dell'uomo, alla misura della sua purificazione, ritorna alla sua origine: il Verbo eterno. Per questo la parola dell'uomo che nell'intimo si affida totalmente a Dio è potente.E quando compiamo un qualunque atto liturgico o un atto di offerta di noi stessi, alla misura della nostra sincerità e del grado della nostra purificazione, questo atto è quasi materiale. Dicendo per esempio: "Io mi consacro", secondo il grado della mia limpidezza interiore, è come se prendessi me stesso come un oggetto e lo deponessi tra le mani della Santissima Vergine.

L'aiuto della Santissima Vergine

La Santissima Vergine è una realtà immensa, è l'essere umano che ha superato la morte. La Santissima Vergine non è un essere umano e divino, Ella è totalmente umana, ma per la grazia di Dio, per la grazia e la potenza di Cristo, Uomo-Dio, ha superato la morte. E per questo può aiutare ad ogni istante, nel corso dei secoli, tutte le anime, anche quelle che sono contro di Lei. (Ad esempio la conversione di Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane a Roma, che fu convertito dalla Santissima Vergine stessa che gli apparve mentre stava scrivendo un articolo contro di Lei). La Santissima Vergine, che ha vinto e superato la morte, è l'unica persona che può assisterci in qualunque momento e farci partecipare a quelle vibrazioni di vita, a quelle bellezze eterne che il mondo non può percepire. E se il mondo ci odia, se tutta la città ci odia, se la famiglia ci odia, se tutto l'universo ci odia, quando il Signore è con noi abbiamo la grazia e la gioia eterna nel cuore. E questo ce lo garantisce la Santissima Vergine. Non siate stupiti, impressionati dal fatto che molti sacerdoti, battezzati, religiosi e religiose sono molto lontani dalla Verità. Vi sono sempre accanto al Cristo, cioè alla Chiesa, traditori e anime deboli, sempre. La Santissima Vergine non ci aiuta in base al merito di questi sacerdoti lontani dalla verità, ci aiuta in base al merito della nostra consacrazione.

La Consacrazione apre i nostri occhi interiori

Quando un'anima si consacra totalmente alla Santissima Vergine, può accadere che debba affrontare molte prove, ma ritroverà sempre davanti a sé un aiuto, un'assistenza di Dio.E quando l'anima si consacra con tutto il cuore, accade allora un grande miracolo. E' come se nella vita di questa persona altri occhi si aprissero, un altro udito, un altro tatto: tutte le cose, le parole, le immagini e tutte le sensazioni fisiche (il caldo, il freddo...) hanno un altro aspetto e un'altra influenza. Attraverso le stesse cose, le stesse immagini, gli stessi volti e i medesimi suoni, l'uomo percepisce, sente un altro canto, un'altra immagine, un altro sogno, un'altra speranza. Una gioia misteriosa riempie la sua anima. E talvolta, quando è sola, l'anima sente il bisogno di inginocchiarsi e di abbracciare le pietre e il suolo stesso per riconoscenza al Signore.

Non avere paura di essere offerti

Nella mia esperienza religiosa, spirituale, sacerdotale, ho conosciuto molti casi, molte anime che, sebbene fossero consacrate (religiosi, sacerdoti o laici), vivevano con una vaga paura continua. Queste anime non si erano veramente offerte, non avevano capito che quello che avevano ricevuto le fissava per sempre su una realtà di unione che non permette più di avere altre preoccupazioni all'infuori di quella dl compiere la volontà di Dio. Perché solo allora il cuore si apre, si dilata, ama, benedice, cade talvolta, ma si rialza, si spazientisce, ma ritrova la pazienza: rimane sempre stabile, come dice la parola del salmo: Di chi avrò paura quando il Signore è con me?E come il Signore può essere con noi? Quando noi vogliamo essere con Lui. Non appena lo vogliamo Egli è con noi. Non c'è un attimo di ritardo: nel medesimo momento in cui desideriamo essere con Lui, Egli è con noi ed è questa la maestà del suo miracolo eterno e perpetuo: Egli è costantemente con noi. Se noi dubitiamo, è perché non siamo totalmente offerti. Per essere fedeli, occorre aver offerto totalmente la nostra volontà.

Gioia e dolore

E accade anche un'altra cosa. Dio stesso interviene misteriosamente nel nostro essere, nel nostro spirito e nelle nostre ossa e ci ofrre - non siate stupiti - la santificazione. Ma perché questi miracoli siano compiuti occorre sempre un "si" perpetuo nell'intimo dell'uomo. Ricordatevi quante volte nella Sacra Bibbia avete ascoltato: "Abramo!" "Eccomi!". Sempre la risposta: "Eccomi!". Non c'è un'altra parola. Occorre sempre la disponibilità. E da questo "Eccomi!", nella misura in cui è pronunciato dal profondo intimo dell'uomo, emerge una saggezza ed una conoscenza che non può essere acquistata né con molti lavori intellettuali, né con letture, né con molte fatiche, una conoscenza che invade l'uomo come una grazia e come raggi di sapienza.La gente, i cristiani stessi spesso entrano nella vita, nelle scuole e nelle diverse attività più o meno preparati, con una falsa idea che dobbiamo sempre correggere, perché i nostri passi sacri abbiano realtà, verità ed efficacia. Molte volte nel catechismo, senza esserne sempre coscienti, si trasmette pian piano l'impressione e l'idea che se siamo buoni cristiani tutto andrà bene sulla terra, avremo tutte le cose materiali: lavoro, salute, soldi, stima, onori, in una parola, tutto. E' un inganno. E' come se volessimo dire che Cristo ha vissuto con questi privilegi. Il cristiano ottiene questa abbondanza della vita, interiormente: ottiene grazie, pace, ottiene amore, quello che il mondo non può dare, quello che non muore, ottiene la grande grazia del perdono, è continuamente benedizione. Perciò la nostra vita esteriore può essere piena di sofferenze, di malattie, di calunnie, prove di ogni tipo, ma tutto questo diviene una grazia se siamo veramente offerti al Signore senza condizione. Non parlo degli eremiti, dei sacerdoti e dei consacrati, parlo dell'offerta che hanno fatto e fanno molte anime anche in mezzo alla vita del mondo attivo e rumoroso. E dobbiamo sapere che la Santissima Vergine, l'anima più pura e più bella, la creatura più innocente e più sapiente, ricevette fin da quando Gesù era bambino, "una spada" che avrebbe trafitto la sua anima.Quando siamo stati battezzati, "siamo stati battezzati nella morte del Signore" come dice San Paolo. Questo vuol dire che da una parte siamo predisposti ad accettare qualsiasi dolore, prova, solitudine e tradimento senza maledire, all'imitazione di Cristo; e d'altra parte questa disponibilità nell'intimità dell'uomo, apre le porte mistiche alla gioia eterna "che nessuno può toglierci" come dice Cristo. Queste due realtà vanno insieme, si ricevono insieme secondo il grado di preparazione delle persone. Perciò ho detto che molte volte sia i bambini che gli adulti si trovano nell'inganno quando credono o è stato loro trasmesso ambiguamente, che la vita dei Sacramenti conduce alla gioia come se essa fosse un cammino di rose, senza alcun dolore. Devono essere invece preparati per una gioia che il mondo non conosce, che ci invade interiormente, e devono sapere che potremo anche essere chiamati a testimoniare la nostra fede, a soffrire per il bene dei nostri cari, a soffrire come Cristo, accanto a Cristo per tutti gli uomini.

L'appello all'Amore eterno

Ecco il significato della consacrazione: doniamo alla Santissima Vergine tutto il nostro essere, e la Madonna ci condurrà, come Lei sa, giacché quello che Lei sa è la volontà del Signore. Ogni persona che ha compiuto questo atto interiore di donazione alla Madonna, può essere sicura che presto o tardi nella sua vita, sarà pacificata, consolata, innalzata a figlia di Dio.San Paolo dice ai Romani che quelli che Dio ha predestinati, li ha anche chiamati,e coloro che ha chiamati li ha anche giustificati. Questo vuol dire in poche parole che, quando ci sentiamo chiamati a partecipare all'Amore eterno sulla terra, quando siamo chiamati a far parte di questo esercito della Santissima Vergine, dobbiamo essere certi che nello stesso istante siamo giustificati. Non dobbiamo pensare: io non ne sono degno, io ho commesso questo, io sono stato cosi... Tutto il passato subisce una purificazione. Avremo sicuramente delle prove, dopo esserci consacrati, avremo tristezze, pene, ma tutto questo deve essere accettato come facente parte del mistero della gloriaDobbiamo rispondere: Si, io vengo a Te, Santissima Vergine, voglio essere con il Cristo, qualunque sia la vita che mi destini, a nord o a sud, dovessi divenire Papa o spazzino. Questa disponibilità è l'espressione del nostro amore. La giustificazione è la conseguenza della chiamata. Quando Dio dice: Tu, va li, e tu ci vai, questo passo è già la giustificazione; soffriremo, ma siamo sul cammino della salvezza. Diversamente l'appello non ha valore. Quando parlo di appello, non mi riferisco all'appello sacerdotale o religioso, parlo dell'appello nella vita di ognuno. Dobbiamo rispondere all'appello del Signore che ci chiama ad appartenere e a partecipare con la nostra volontà alla sua opera di Redenzione.Ecco come dobbiamo pregare, e con quale anima limpida e serena dobbiamo presentarci alla Madonna perché, benché peccatori, vogliamo essere con Cristo.

(Da diverse omelie di Padre Theodossios Maria della Croce)

Dicembre, dedicato all'Immacolata Concezione

Nell’ordine logico la prima delle feste che la Chiesa celebra in onore di Maria Vergine è la solennità dell’Immacolata, verità di fede dichiarata dal Beato Papa Pio IX con la Bolla “Ineffabilis Deus” dell’8 dicembre 1854. Per capire in cosa consiste questo privilegio proprio della Madonna è utile richiamare, in forma elementare, le verità intorno alla caduto dell’uomo, dell’umanità nella persona di Adamo, e il conseguente peccato originale.
Dio creò l’uomo costituendolo nello stato soprannaturale, ossia in un ordine superiore a quello che richiedeva la natura umana composta di corpo e di anima. E questo per la grazia divina che non è solo una potenza soprannaturale ma anche una qualità inerente all’anima, una specie di partecipazione della divinità stessa. Alla grazia, l’unione intima con Dio, unì anche altri doni gratuiti; ciò perché l’uomo, per il tempo che doveva vivere sulla terra, si trovasse, in un ambiente adatto ad un figlio destinato alla beatitudine. Tali doni aggiunti dalla grazia erano l’esenzione da ogni male e sofferenza fisica; il pieno dominio della ragione sui sensi e le passioni; pieno dominio sul creato; conoscenza di tutto il creato e di Dio stesso. La grazia divina e gli altri doni aggiunti formavano quella che è detta “giustizia originale”, che per generazione naturale si sarebbe trasmessa da Adamo ai suoi discendenti se egli si fosse mantenuto fedele a Dio.
Adamo, nella sua prevaricazione, perse i tesori ricevuti e di conseguenza impoverì non solo se stesso ma l’intera umanità. Ereditando da lui la natura umana, la riceviamo quale egli l’ha spogliata della grazia santificante e soggetta alla morte. Il peccato originale è quindi una macchia che infetta l’anima privandola di quella bellezza originale e soprannaturale.
Da quanto detto è possibile farsi un’idea del singolare privilegio di Maria Immacolata nella sua Concezione. Maria, per singolare volere divino e in previsione dei meriti di Cristo, fu preservata dall’incorrere nella perdita della grazia santificante e nella concupiscenza. L’anima benedetta di Maria dal primo istante fu creata e unita al corpo decorata con la grazia divina e pieno dominio sul corpo e sulle passioni. Ella quindi non ha mai perso la santità neanche per un istante. Ella fu creata e generata nella grazia santificante!
Con ciò Maria non si sottrae alla Redenzione, come pretendono i protestanti, ma la si riconosce redenta in modo singolare e, per così dire, più perfetto. Mentre noi riceviamo nel Battesimo la grazia santificante che ci purifica dal peccato originale, Maria la ricevette nell’atto stesso della concezione.
La Scrittura
L’Immacolata Concezione di Maria Vergine la si ricava dalla Scrittura e dalla definizione della Chiesa. Ritorniamo con il pensiero al paradiso terrestre nel momento in cui Dio chiamò a sé Adamo ed Eva e il serpente tentatore. Dio Padre così sentenzia nei confronti del serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe:questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». (Gn 3, 15)
Adamo ed Eva da queste parole intesero certamente tre cose, ovvero che in un tempo futuro una donna prodigiosa col suo figlio sarebbe suscitata da Dio per vendicare la loro disubbidienza; un’inimicizia mortale posta tra questa donna e il serpente, punizione del demonio; e infine la vittoria totale di questa donna e del figlio sul serpente.
Ben di più intendiamo noi dopo che la donna predetta ha compiuto la sua missione d’inimicizia col demonio e che ha dato alla luce il suo Figlio che è lo stesso Figlio di Dio fatto uomo. A tale inimicizia Dio da un’importanza capitale: punizione per il demonio e principio della riparazione della vittoria riportata sull’uomo. Inimicizia quindi perpetua. Quindi era necessario che Maria fosse Immacolata nella Concezione, altrimenti vi sarebbe stato un tempo, lungo o breve, in cui tra Lei e il maligno non vi sarebbe stata inimicizia poiché anch’Ella sarebbe stata peccatrice. L’inimicizia porta di necessità alla lotta e quindi alla vittoria o alla sconfitta. Essendo stabilito che l’inimicizia sarà riparatrice per l’uomo e punitiva per il demonio, ne segue che la vittoria deve appartenere a Maria.
Questa verità appare chiara anche nel mistero dell’Annunciazione. L’Angelo in nome di Dio saluta Maria dicendole: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te . . .” (Lc 1, 28); e S. Elisabetta: “benedetta tu fra le donne” (Lc 1, 42). Triplice magnifico saluto, triplice eloquente affermazione dell’Immacolata Concezione di Maria. L’Angelo afferma in Maria una pienezza di grazia che è assoluta. Solamente per Maria le parole “il Signore è con te” si debbono interpretare alla lettera, e ciò per i vincoli particolarissimi che la uniscono a Dio e a ciascuna delle Tre Divine Persone; al Padre di cui è figlia prediletta, al Figlio di cui sarà Madre , allo Spirito Santo di cui sarà il tempio per eccellenza. Infine se Maria non fosse Immacolata non potrebbe essere “benedetta tu fra le donne” perché Eva, prima del peccato, avrebbe avuto una eccellenza superiore. Il Beato Card. Schuster così commenta: “Benedetta tu fra le donne, cioè benedetta sopra tutti i mortali; fuori quindi della comune sorte dei figli d’Adamo, la benedizione dei quali vuole appena essere un antidoto contro la maledizione già ereditata da Eva. Tu invece sei benedetta al di sopra di tutte le creature, perché la grazia e la benedizione come circondano la tua immacolata concezione, tanto che il maledetto serpente non può spirarvi sopra con l’alito avvelenato, così al pari confortano l’ora suprema del tuo pellegrinaggio terreno, perché la corruzione non invada questo tuo sacratissimo corpo, che fu già tempio dell’Autore della vita” (Lib. Sacram., vol. VI, pag. 105).
Infine che Maria Vergine sia Immacolata lo sappiamo dalla Chiesa che, dopo aver onorato e venerato Maria come tale, ha solennemente definito questa verità. Gesù Cristo ha affidato alla Chiesa il patrimonio della Divina Rivelazione, delle verità di fede; sono la Chiesa maestra infallibile di verità, i Vescovi insieme al Papa o anche il Papa solo, quando come supremo Maestro definisce ciò che si deve credere o praticare per conseguire la salvezza. Così si legge nella solenne Bolla “Ineffabilis Deus”: “Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell'umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l'assistenza dell'intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l'autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.” Pochi anni dopo, Maria apparendo a Lourdes, confermava la grande verità come l’aveva preparata con il dono della Medaglia Miracolosa.
Perché Dio ha voluto Maria Immacolata? Per rispondere a questa domanda non sono necessarie argomentazioni teologiche ma basta il buon senso. Quando Dio Padre predestinava Maria a Madre del suo Unigenito incarnato vedeva in Lei un cominciamento di Gesù e nella carne e nel sangue di questa Vergine la sorgente dove lo Spirito Santo avrebbe attinto per formare il corpo del Salvatore. Maria fu quindi adottata da Dio Padre nell’istante medesimo in cui fu concepita. Tale adozione è la grazia santificante, la santità, la giustizia che esclude il peccato; perciò l’adozione di Maria fu la Concezione senza macchia, Immacolata. Conveniva quindi che Maria Vergine fosse Immacolata; lo richiedeva l’onore di Dio. Dio, in quanto onnipotente, poteva preservarla Immacolata e così ha fatto perché il suo amore non poteva permettere che la macchia del peccato originale potesse deturpare l’anima della Madre del Figlio. L’amore di Dio la volle Immacolata.
È possibile vivere senza Maria? Non può avere sentimenti d’amore per Gesù chi non li ha per Maria. Imitiamo dunque gli Angeli e i Santi e amiamo la nostra Madre; chiediamo il Suo aiuto e affidiamoci a Lei per raggiungere la salvezza eterna. O Maria Immacolata, Rosa Mistica e Madre della Chiesa, prega per noi ora e nell'ora della nostra morte.

giovedì 6 dicembre 2007

Dicono di noi...

Nella rubrica "Cattolici in internet", curata da Alessandro Nicotra sul prestigioso mensile apologetico "Il Timone" (crf. "Il Timone" n. 68 - Dicembre 2007), è apparsa una bella recensione del nostro blog. A nome di tutti i lettori, ringrazio l'intero staff de "Il Timone" assicurando il nostro umile ma fermo impegno per difendere la fede cattolica, la S. Chiesa e il Papa. Di seguito riporto il contenuto della segnalazione:

"Riceviamo notizia e volentieri segnaliamo questo blog che, come dichiarato nelle intenzioni del suo curatore, vuole essere a totale servizio della S. Chiesa Cattolica, si propone di difendere l'integrità della fede e di divulgare la S. Liturgia Romana nella forma extraordinaria, secondo il desiderio del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Interessanti le raccolte di link tematiche presenti in home page, forti i richiami alla tradizione".